È una Sabina Guzzanti col senso della misura quella che conduce lo spettatore nella realtà parallela di Draquila – L’Italia che trema, il suo ultimo film. Parlo di una realtà parallela a quella raccontata dai media mainstream italiani, un punto di vista semplicemente diverso, se preferite.
Credo sia questa la questione principale che pone Draquila. Viene sostenuta, è vero, una tesi forte circa la spietatezza berlusconiana nella gestione del post terremoto abruzzese del 6 aprile 2009, soprattutto per quel che concerne gli affari immobiliari e il conseguente, pare deliberato, abbandono del centro storico de L’Aquila.
E ancora: c’è spazio per la desolazione che scaturisce dalla negazione del diritto alle opinioni non allineate di alcuni sfollati; si sottolinea il ruolo della Protezione Civile, della sua azione in deroga alle leggi esistenti, sotto lo scudo delle “emergenze” e dei “grandi eventi”.
C’è anche l’entusiasmo di alcuni abruzzesi per quanto ottenuto dopo la tragedia, per le nuove case, per un miracolo avvenuto. In questo caso, viene suggerita, neanche tanto sottotraccia, l’influenza del mezzo televisivo su reazioni di questo genere.
E arriviamo così al punto essenziale. Draquila è formalmente un documentario, che non ha il rigore giornalistico decisivo per poter consolidare giudizi e ipotesi di una certa durezza. Se c’è una lunga ricerca alle spalle – e non c’è motivo di dubitare del contrario – non è esplicitata, non ci sono prove schiaccianti mostrate sullo schermo a sostegno delle tesi di Guzzanti, e probabilmente ciò non è davvero necessario, non era nemmeno nelle intenzioni dell’autrice, che credo agisca in buona fede.
Draquila è un lavoro sentito, Sabina Guzzanti si porta dietro la sua nota carica polemica nei confronti di Silvio Berlusconi, ma le dà forma e la controlla, questo è un punto a suo favore. Ci mette la faccia e fa riflettere sulla natura della propaganda, su una visione univoca dei fatti (ammesso che questi siano tali).
Il film potrebbe paradossalmente instillare il dubbio su quel che esso racconta – ma questa è una mia fuga in avanti – proprio perché è una narrazione appassionata contro l’arrendevolezza al Vuoto che ci circonda che sembra cadere, e invece dura, ma resta pur sempre una narrazione personale.